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    Cinghiali, problematica complessa. L’Ente Parco unica amministrazione che abbia mai fatto qualcosa


    Comunicato stampa del 28.10.2010

    La questione dei cinghiali, che non interessa ormai più soltanto l’isola di Caprera ma anche alcune aree abitate dell’isola madre dell’Arcipelago, si rivela assai problematica, anche a causa dell’incertezza relativa all’interpretazione della normativa vigente. L’Ente Parco, tuttavia, intende rivendicare il proprio ruolo quale unico soggetto del territorio ad aver mai assunto provvedimenti e ad aver svolto attività concrete in proposito.

    Il Parco si è occupato del problema del contenimento del numero di cinghiali fin dall’anno 2001, spendendo ingenti risorse e operando con grandi sforzi organizzativi per affrontare problematiche di tipo normativo, sanitario ed ecologi; vale la pena di ricordare che l’Ente Parco è il solo ente del territorio ad aver mai tentato di porre un argine al proliferare di esemplari ibridi “cinghialexmaiale” scontrandosi spesso con atteggiamenti poco collaborativi e di nessun aiuto da parte di alcuni cittadini: innanzitutto perché chi ha immesso questi animali a Caprera lo ha fatto senza rendersi dei conto dei danni che avrebbe provocato in futuro e che oggi sono visibili agli occhi di tutti; in secondo luogo perché alcune persone continuano a lasciare cibo a Caprera, dando così da mangiare ai cinghiali. In questo modo non si contribuisce in alcun modo alla risoluzione del problema, ma anzi il lavoro del Parco e i risultati raggiunti negli anni passati rischiano di essere completamente cancellati. In passato è stato effettuato un censimento che ha evidenziato la presenza di suini ibridi; successivamente è stato proposto un piano operativo di cattura ed abbattimenti selettivi a Caprera e a Spargi, eliminando un centinaio di capi, fino al 2004, anno in cui si è optato unicamente per l’abbattimento con fucile per un totale di 250 capi abbattuti a Caprera.

    A partire da tale data un pronunciamento del tribunale amministrativo ha stabilito che in assenza del Piano per il Parco e del Regolamento l’abbattimento selettivo non sarebbe stato legittimo e pertanto, da allora e fino al 2008, si è proceduto unicamente con le catture, con la soppressione di almeno 230 capi tra le isole della Maddalena e Caprera. Le carni degli esemplari prelevati sono state macellate presso imprese autorizzate, e da esse sono state consegnate ad istituzioni di beneficienza nel territorio regionale. Il metodo della cattura non ha purtroppo consentito di eradicare la specie, non autoctona bensì introdotta dall’uomo. Sostenere che l’Ente Parco non si sia mai interessato alla problematica significa pertanto non conoscere in alcun modo i risultati sinora ottenuti: «Come sempre è accaduto in passato per diverse problematiche – ricorda il Presidente del Parco, Giuseppe Bonanno – l’Ente è pronto sin da subito a collaborare con le altre amministrazioni, ma a questo punto si rende necessario un indirizzo in proposito anche dagli enti locali appartenenti alla Comunità del Parco: un organo che dal 2007 ha cessato di fornire qualsiasi indirizzo sulle tematiche sulle quali le competenze delle amministrazioni del territorio e del Parco si sovrappongono, ma dal quale dovrebbero invece pervenire suggerimenti e orientamenti ben precisi relativi alla gestione di specifiche criticità. Mi auguro pertanto che la Comunità del Parco sia al più presto ricostituita, in modo tale da affrontare la problematica dei cinghiali in modo condiviso».

    Aspetti giurisprudenziali

    Da un punto di vista giurisprudenziale le pronunce dei giudici fanno poca chiarezza sulle rispettive competenze degli enti presenti sul territorio. L’unica certezza è che se la Legge 394/1991 stabilisce che ricadono esclusivamente sugli enti parco gli oneri relativi all’indennizzo da riconoscersi per i danni causati dalla fauna selvatica ad attività economiche agro-forestali e zootecniche, d’altronde la Legge 157/1992 ha attribuito alle regioni la competenza ad emanare norme relative alla gestione e alla tutela della fauna selvatica e ad esercitare le funzioni di programmazione e pianificazione al riguardo. Il principio è stabilito in alcune sentenze della Corte di cassazione, che recentemente ha purtuttavia mutato il proprio orientamento in materia attribuendo la responsabilità per danni accidentali agli enti a cui sia formalmente delegata per legge, o con uno specifico atto, la gestione della fauna selvatica . Così, anche secondo quanto comunicato in una nota del 2008 del Ministero dell’ambiente, indirizzata a tutti gli enti parco, nel caso di La Maddalena sarebbe la Regione Sardegna l’unico soggetto tenuto a risarcire i privati per i danni provocati dalla fauna selvatica, ferma restando la ovvia necessità di dimostrare causa e conseguenze del danno subito e quindi di quantificarlo. Ma il quadro delineato dal’assetto normativo è ancora più complesso, poiché la Legge regionale 29 luglio 1998, n. 23 (“Norme per la protezione della fauna selvatica e per l’esercizio della caccia in Sardegna”) ha delegato alle Province alcune attività in tema di gestione e controllo. Atto propedeutico all’assunzione da parte del Parco di un impegno relativamente agli indennizzi per i danni subiti dai privati sarebbe pertanto quello della definizione di un accordo-quadro o di un altro atto nel quale sia contenuta una espressa delega, da parte della Regione Sardegna e della Provincia di Olbia-Tempio, di ruoli e funzioni nello specifico campo d’intervento ed in generale sulla gestione dell’isola. «In quest’ottica infatti – sostiene il Presidente Bonanno – non si può chiedere un intervento al Parco solo quando c'è da mettere mano al portafoglio, soprattutto dell’assenza di un ruolo su tematiche non demandate direttamente dalle norme. Ma l’Ente Parco non intende lavarsi le mani della questione, assumendo iniziative come ha sempre fatto in passato».

    Gli obiettivi per il futuro

    Alla domanda se in futuro è possibile che siano effettuati abbattimenti selettivi all’interno del Parco Nazionale, il Presidente Bonanno non si sbilancia: «Nelle aree protette non si dovrebbe mai cacciare: questo è un principio fondamentale che accomuna tutti i parchi. Ciò per due ragioni: in primo luogo le aree protette sono territorio di sosta e riposo per gli uccelli migratori, ma al contempo esse diventano, nello stesso interesse dei cacciatori, luoghi per il patrimonio naturalistico, proprio come una riserva integrale in ambito marino. Intanto per il 2011 è previsto l’avvio di un nuovo programma di attività di cattura. Inoltre, anche se dopo l’adozione del Piano per il Parco e l’entrata in vigore del Regolamento, fosse possibile eseguire gli abbattimenti selettivi, in sicurezza e seguendo alla lettera tutti gli indirizzi e linee guida degli organismi vigilanti, sarà comunque assai difficile e pericoloso svolgere simili operazioni a La Maddalena, vista la densità abitativa dell’isola, con la conseguenza che in tali aree la specie non potrà essere eradicata attraverso operazioni selettive di caccia.

    Data: 
    28.10.2010

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